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LA COLONIA ANARCHICA CECILIA FONDATA IN BRASILE PARANA’ NEL 1890 DA GIOVANNI ROSSI CON ALTRI CINQUE PIONIERI ANARCHICI

lunedì, aprile 23, 2012

pubblicata da LaBadanteRossa

Giovanni Rossi (Pisa, 11 gennaio 1856 – Pisa, 9 gennaio 1943) è stato un agronomo, veterinario e anarchico italiano.

Di professione agronomo e veterinario, fin dall’infanzia è influenzato dalle letture dei padri fondatori dell’anarchismo storico come Proudhon, Kropotkin e Bakunin, ma soprattutto viene profondamente affascinato da quello che comunemente viene definito socialismo utopistico, cioè quegli scritti e quegli ideali che partendo dalla Repubblica di Platone e attraverso l’Utopia di Moro e La città del Sole di Tommaso Campanella, giungono fino ai testi di Fourier, Cabet e Robert Owen.
Il positivismo anarchico 

Se politicamente questi possono essere considerati i maestri di Rossi, filosoficamente egli è formato dalla scuola positivista, che in quegli anni della seconda metà dell’Ottocento costituisce il pensiero predominante, almeno in Europa. Ed è in seno alle categorie positiviste che la teoria anarchica di Rossi acquisisce una prospettiva prettamente scientifica.

La politica, intesa come il sapere che studia la migliore organizzazione sociale possibile, viene ad assumere lo status di scienza, e dunque al socialismo e all’anarchia in particolare devono essere rigorosamente applicati i metodi e i criteri di studio scientifici utili a stabilirne l’efficacia. Ecco allora che essi devono essere in grado di sottoporsi ad una prova empirica sperimentale, devono essere messi letteralmente alla prova, in modo da raggiungere definitivamente una soluzione che si dichiari scientifica e che abbia dunque la validità per esprimersi in termini positivi o negativi che siano.

Con questo progetto in mente, Rossi si mette in contatto con alcuni tra i nomi più influenti della sinistra politica italiana del tempo – Turati, Bissolati, Errico Malatesta, Andrea Costa -, nel tentativo di ricevere consigli ma soprattutto un appoggio, certamente morale ma più che altro materiale.

 

Cittadella 

Rossi, Giuseppe Mori e compagni in Cittadella.Un primo tentativo di esperimento si svolgerà così a Stagno Lombardo, nel cremonese, dove con l’appoggio del proprietario di un piccolo podere si giungerà nel 1887 ad appaltare il terreno ai contadini che allora vi lavoravano come salariati, raggiungendo in breve tempo risultati sorprendenti, tanto che all’expo parigina del 1889 il podere di Cittadella – così si chiamava -, viene premiato con la medaglia d’argento per i traguardi raggiunti nella produzione agricola.

Nonostante gli ottimi risultati, Rossi non è però pienamente soddisfatto dell’ esperimento, poiché se vero che in quell’occasione si giunse ad una completa autogestione e collettivizzazione del lavoro, questo non accadde per le relazioni e la vita dei lavoratori: non si giunse cioè alla socializzazione degli interessi, il socialismo. L’esperimento di Rossi non aveva dunque raggiunto l’obiettivo preposto; quello di verificare l’efficacia di una convivenza di stampo libertario.

Abbandonato quel progetto, Rossi decide di ritentare l’esperimento in un luogo da utilizzare come vero e proprio laboratorio sociale, che potesse presentare le condizioni ottimali per una prova sperimentale.

La colonia Cecilia 

Nell’aprile del 1890 parte così insieme ad altri 5 pionieri verso il Brasile e si stabilisce nello stato del Paranà. Qui, in meno di un anno la popolazione, attratta da speranze di vita migliori di quelle che era costretta a sopportare in Italia giunse a contare circa 250 unità. Per 4 anni la colonia, chiamata Cecilia in onore ad un’immaginaria musa libertaria, sopravvisse senza alcuna organizzazione politica né religiosa nonostante le non poche difficoltà, ma poi è fu costretta a soccombere.

L’esperimento della colonia Cecilia terminò per diversi motivi: primo fra tutti la miseria e la povertà materiale che la caratterizzava; in secondo luogo l’ostilità della vicina comunità polacca, fortemente cattolica; poi il clero stesso e i diversi provvedimenti ostracistici dell’amministrazione locale; infine le malattie date dall’impossibilità di un’igiene corretta e dalla mancanza di un’alimentazione sana, oltre che, certamente, i vari problemi interni legati ad una convivenza anarchica e soprattutto legati alla dottrina del libero amore che Rossi propagandava. Egli stesso difatti si proponeva come esempio concreto conducendo una concorde relazione amorosa poligamica che, sebbene in linea teorica fosse sostenuta da tutti, nella pratica, suscitava non pochi timori.

Nonostante Rossi fosse pienamente consapevole di tutto questo, in realtà non ritenne mai la colonia Cecilia un fallimento. D’altronde egli stesso l’aveva abbandonata già un anno prima della sua fine dichiarando che l’esperimento era riuscito, ma che, date le numerose difficoltà materiali, sarebbe stato inutile continuare.

Secondo l’opinione di Rossi una vita di tipo anarchico era fattibile ed auspicabile, ma l’umanità non ne era ancora pronta, poiché troppo legata ai sentimenti egoistici e rivaleggianti che generazioni di vita borghese avevano instillato negli atteggiamenti delle persone

La colonia Cecilia rappresentò un tentativo di convivenza comunitaria di stampo anarchico che si tenne nello stato del Paranà, in Brasile, tra il 1890 ed il 1894.

Ideatore e promotore dell’esperimento era il pisano Giovanni Rossi, il quale voleva così verificare l’efficacia reale degli ideali anarchici.

Nei quattro anni in cui la colonia sopravvisse la popolazione giunse a contare circa duecentocinquanta unità e vide la messa in pratica di due relazioni di tipo poligamico. Lo stesso Rossi si propose come esempio concreto di tale nuovo stile di vita condividendo con un altro uomo il suo legame amoroso con una ragazza della colonia.

L’esperimento della colonia Cecilia terminò per diversi motivi: primo fra tutti la miseria e la povertà materiale che la caratterizzava; in secondo luogo l’ostilità della vicina comunità polacca, fortemente cattolica; poi il clero stesso e i diversi provvedimenti ostracistici dell’amministrazione locale; infine le malattie date dall’impossibilità di un’igiene corretta e dalla mancanza di un’alimentazione sana, oltre che, certamente, i vari problemi interni legati ad una convivenza anarchica e soprattutto legati alla dottrina del libero amore che, sebbene in linea teorica fosse sostenuta da tutti, nella pratica, suscitava non pochi timori.

Giovanni Rossi e la colonia Cecilia:
il successo di un presunto fallimento (I)
di Raul Zecca

Quando nell’aprile del 1894 ebbe fine l’esperienza brasiliana della colonia Cecilia, il tentativo di convivenza comunitaria di matrice anarchica più importante del Sud America, quasi nessuno mancò di accusare Giovanni Rossi per la responsabilità di un progetto considerato già di sua natura fallimentare. D’altronde, prima ancora che l’esperimento fosse messo in pratica, molti degli esponenti del socialismo e dell’anarchismo italiano, da Costa a Malatesta, avevano catalogato la proposta come un’inutile e dilettantesco tentativo di realizzazione monastica del socialismo, una dannosa sottrazione di forze alla vera rivoluzione, il capriccio di uno scienziato insomma. Ma se è vero che la colonia Cecilia non riuscì a prosperare soccombendo ai numerosi ostacoli, interni ed esterni, che le resero impossibile il cammino, è altresì vero che una valutazione saggia della questione non può compiere l’ingenuità di soffermarsi ad esaminare unicamente il breve periodo in cui la colonia mise alla prova i più alti principi della teoria anarchica.
È dunque opportuno considerare l’esperienza della colonia Cecilia, oltre che nella sua vicenda storica intimamente biografica, anche in seno all’eredità culturale e politica che essa lasciò ai posteri. Non possiamo non riconoscere difatti come il Paraná e l’intero Brasile risentirono dell’influsso della Cecilia proprio in virtù di una coscienza anarchica che la comunità libertaria, nel suo insieme prima, e attraverso il personale impegno di alcuni dei suoi membri poi, contribuì a formare, e che certo ebbe un merito non secondario in quel percorso di rinnovamento sociale che caratterizzò il Brasile fin dai primi anni del Novecento. Con lo sciogliersi della colonia, solo pochi furono quelli che presero la decisione di ritornare in Italia. La maggior parte restò in Brasile e si stabilì nelle vicinanze del villaggio abbandonato: a Palmeira, nella capitale dello stato Curitiba, e in alcuni casi fuori dal Paraná, soprattutto a San Paolo. In queste città si dedicarono ai più diversi lavori; da quelli agricoli – nella produzione del miele e del vino1 -, a quelli salariali, nelle fabbriche e nelle imprese di costruzione. Nonostante non si riscontri una sistematica attività propagandistica di quegli ideali che fino a pochi mesi prima li avevano portati a condividere una delle esperienze più significative della storia dell’anarchia, gli ex-coloni non abbandonarono l’impegno politico e il sogno di una società finalmente libera dalle disuguaglianze sociali. A Curitiba, nel 1899, Egizio Cini, che era stato membro della colonia, fondò il giornale Il Diritto – periodico comunista-anarchico -, tra i cui collaboratori e sostenitori figuravano diversi nomi di ceciliana memoria. Anche O Despertar, fondato cinque anni più tardi, contava sulla sottoscrizione di alcuni ex-coloni, e allo stesso modo svariati altri giornali e pubblicazioni libertarie che videro la luce a cavallo tra il XIX e XX secolo. Nel 1914, la rivista A Vida, riferendosi ai reduci della colonia Cecilia che si erano installati a Porto Alegre, nello stato del Rio Grande do Sul, così testimoniava la loro influenza su quel territorio: “Foram esses camaradas que para esta cidade transmitiram os primeiros germens da propaganda anarquista. Homens ativos intrometeram-se logo no movimento operário local e aí imediatamente fizeram sentir a sua ação”2 . Ma l’episodio sicuramente più rilevante nel quale furono coinvolti diversi ex-coloni e che mette bene in evidenza quanto fu concreto il contributo che essi dettero nelle lotte di emancipazione sociale del Brasile, è rappresentato dallo sciopero generale che nel giugno del 1917 paralizzò per intero la capitale brasiliana, San Paolo. Per protestare contro l’adulterazione intenzionale dei beni di prima necessità destinati alla popolazione più povera3 , contro i bassi salari e contro la crescente disoccupazione, determinata dalla sostituzione della manodopera maschile con donne e bambini – pagati rispettivamente il 50 ed il 10% di quanto veniva dato agli uomini -, centomila lavoratori si riversarono sulle strade della città bloccando le imprese per quattro giorni consecutivi, fino al raggiungimento di un accordo. Tra gli animatori e i partecipanti attivi di quei fatti vi furono anche diversi anarchici italiani provenienti dall’esperienza dell’ormai disciolta colonia Cecilia. Si capisce dunque come gli ideali e le aspirazioni che la colonia aveva cercato di mettere in pratica non si esaurirono nell’arco di quei quattro anni che durò l’esperimento, ma restarono vivi nella coscienza dei suoi membri, i quali, singolarmente, nei luoghi e nei tempi più diversi, continuarono a difenderli, in nome di una società migliore, più equa e libera. Come fa dunque giustamente notare Miguel Sanches Neto4 nella prefazione a O anarquismo experimental de Giovanni Rossi, paradossalmente, la colonia Cecilia

[…] conseguiu frutificar na medida em que foi abandonada, funcionando como un foco disseminador de conhecimientos sociais e agrícolas, e cumprindo, a partir daí, um papel significativo na consolidação do Paraná. Como ela não foi concebida por seu mentor para ser perene, devendo existir apenas durante o período necessário para a observação das atitudes humanas na vida anárquica, podemos concluir que o seu sucesso só foi plenamente possível com a sua dissolução5 .

Se la Cecilia ebbe un merito, che esula da quelli che furono i propositi di Rossi, allora fu proprio quello di aver agito da catalizzatore, di essere stata il cuore palpitante, seppur di breve vita, di una volontà di rinnovamento che certo non si consumò nel ristretto ambito della colonia, ma che proprio in virtù della sua dissoluzione, ebbe modo di propagarsi anche all’esterno, contribuendo alle più diverse lotte sociali e influendo così sulla storia del Paraná e del Brasile intero. Sotto questa luce, dunque, si comprende come sarebbe approssimativo esprimere un giudizio circa la vicenda della colonia senza prendere in considerazione gli effetti indiretti che questa provocò. Una seria valutazione della colonia Cecilia non può ridursi ad un’analisi, pure necessaria, di quei soli quattro anni in cui si cercò sperimentalmente un modello di convivenza alternativo, ma deve andare oltre, nel tempo e nello spazio, per riuscire a comprendere in sé tutta una serie di elementi e fattori apparentemente svincolati dall’esperienza della colonia anarchica che in realtà non sarebbero stati possibili senza di essa e che in un modo o nell’altro influirono nello svolgersi storico del Brasile. Proprio in base a queste considerazioni, che rivolgono la loro attenzione più sulla rilevanza storica della colonia che sulla sua cronografia, Renata Pallottini6 insiste nel sostenere che l’esperienza non costituì un fallimento:

Não, não, na verdade não foi um fracasso, porque è uma coisa que restou, è algo que ficou, cuja lembrança nos faz hoje em dia voltarnos a trabalhar sobre o tema, voltar a pesquisar, voltar a estudar as razões pelas quais isto aconteceu assim e não assado. Portanto, verdadeiramente, não foi um fracasso. Fracasso seria uma coisa sobre a qual não gostaríamos de falar mais. Ou uma idéia em torno da qual não quisessemos pensar mais. È uma verdade: hoje em dia a idéia do anarquismo está mais viva do que nunca7 .

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1. Ancora oggi, a Santa Barbara, località situata a pochi chilometri da dove sorgeva la colonia, la famiglia Agottani, discendente di Tranquillo Agottani, arrivato a Cecilia nel 1891, continua a produrre vino. Di loro proprietà è un’azienda vinicola conosciuta in tutta la provincia e un agriturismo che porta il nome della colonia Cecilia. Allo stesso modo, anche la famiglia Mezzadri, da più di cento anni si dedica alla cura dei vigneti ed alla produzione del vino.
2. “Furono quei compagni che trasmisero a questa città i primi germi della propaganda anarchica. Uomini attivi si inserirono poi nel movimento operaio locale e lì, immediatamente, fecero sentire la loro azione”, libera traduzione, P. Santos, A Vida, (Rio de Janeiro, 31.12.1914), in C. De Mello Neto, O anarquismo experimental de Giovanni Rossi. De Poggio al Mare à Colônia Cecília, 2 ed., Ponta Grossa, Editora UEPG, 1998.
3. È documentato che allo zucchero, alla farina, al sale, al latte e ad altri alimenti venivano addizionate strane misture composte da sabbia e polveri varie al fine di aumentare le quantità vendibili di prodotto e ricavarne un maggior profitto, a danno non solo dell’economia popolare ma soprattutto della salute.
4. Scrittore e docente di Letteratura brasiliana dell’Universidade Estadual di Ponta Grossa.
5. “[…] riuscì a fruttare nella misura in cui fu abbandonata, funzionando come un fuoco propagatore di conoscenze sociali ed agricole, e compiendo, a partire da lì, un ruolo significativo nella consolidazione del Paraná. Come essa non fu concepita dal suo mentore per essere perenne, dovendo esistere appena durante il periodo necessario per l’osservazione delle attitudini umane nella vita anarchica, possiamo concludere che il suo successo fu pienamente possibile solo con la sua dissoluzione”., libera traduzione, M. S. Neto, prefazione a C. De Mello Neto, O anarquismo experimental de Giovanni Rossi. De Poggio al Mare à Colônia Cecília. 2 ed., Ponta Grossa, Editora UEPG, 1998.
6. Docente di drammaturgia all’Universidade de São Paulo e autrice di un testo teatrale che ha per oggetto la vicenda della colonia Cecilia. Se ne riportano di seguito gli estremi: R. Pallottini, Colônia Cecilia. Um pouco de ideal e de polenta, Rio de Janeiro, Robson Achiamé Ed., 2001.
7. “No, no, in verità non fu un fallimento, perché è una cosa che restò, è qualcosa che rimase, la cui memoria ci fa oggigiorno tornare a lavorare sul tema, tornare a ricercare, tornare a studiare le ragioni per le quali ciò accadde così e non cosà. Pertanto, veramente, non fu un fallimento. Fallimento sarebbe una cosa della quale non ci piacerebbe parlare più. O un’idea attorno alla quale non vorremmo più pensare. È una verità: oggigiorno l’idea dell’anarchia è più viva che mai”, in Renata, repórter do anarquismo, articolo tratto da fonte sconosciuta.

Per quanto riguarda poi la personale valutazione di Rossi, già nell’aprile del 1893, dopo soli tre anni dalla fondazione della colonia e quando questa era ancora in vita, egli non aveva avuto dubbi nel dichiarare la piena riuscita dell’esperimento. Era infatti fermamente convinto di aver dimostrato, nonostante le molteplici difficoltà, che una convivenza basata sui principî socialistici ed anarchici non solo era possibile, ma era soprattutto auspicabile. Riteneva che finalmente si era avuta la prova tangibile ed inconfutabile circa la validità di quelle teorie che fino ad allora non erano mai state applicate se non per brevissimi periodi di tempo e con presenze numericamente irrilevanti al fine di uno studio scientifico come quello da lui intrapreso. Ma, soprattutto, egli era certo di aver svolto un proficuo lavoro di matrice puramente scientifico-sperimentale. Ed era con questa convinzione che, da buon empirista, sulla scorta di Galileo, il quale dopo aver “scoperto l’isocronismo delle piccole oscillazioni [...] non si indugiò ogni giorno ad osservare l’oscillazione di una lampada nella cattedrale di Pisa”1, Rossi sostenne come non fosse più indispensabile proseguire nell’esperimento. Alla base di tale posizione, se da una parte se ne riscontrava il motivo principale nell’esito positivo della prova, dall’altra era lo stesso Rossi ad addurre come fattore coadiuvante le difficoltà materiali di vita dei coloni, la miseria pratica nella quale Cecilia era inevitabilmente immersa. Rossi era ben consapevole che mettere arbitrariamente fine alla colonia significava correre il rischio di subire le accuse di coloro che, con il pretesto della non continuità dell’esperimento, ne avrebbero approfittato per denunciarne strumentalmente una presunta natura fallimentare. Ma questo, secondo Rossi, sarebbe accaduto anche nel caso l’esperimento fosse proseguito, poiché tale discredito nei confronti dell’impresa veniva considerato il frutto di un’ingiusta incomprensione circa i veri scopi che egli si era preposto e che credeva finalmente raggiunti. A questo proposito, intendeva liberarsi del fraintendimento secondo cui le finalità di Cecilia fossero state quelle di riuscire a trovare il miglior sistema di convivenza possibile per poi promuoverlo all’umanità intera, come se egli avesse avuto la presunzione di poter definire una volta per tutte e in assoluta certezza il giusto ordinamento sociale da applicare: “alcuni hanno creduto che noi siamo venuti qua a fabbricare il campione, lo specimen della società futura, per presentarlo poi, brevettato o no, all’umanità, onde all’indomani della rivoluzione sociale non avesse altro fastidio che ordinarne la fabbricazione all’ingrosso”2. Evidentemente, Rossi non si illudeva di un proposito tanto ridicolo quanto impossibile, ma riteneva che esso fosse stato così inteso, più o meno in buona fede, da molti di coloro che già prima della partenza verso il Brasile si erano dimostrati contrari all’iniziativa. Il progetto di Rossi, lungi dall’avere pretese assolutistiche né tantomeno normative, era meno idealistico di quanto si potesse credere e più sociologico, antropologico, a tratti addirittura psicologico. Il fine cui esso aspirava andrebbe rinvenuto, in un certo senso, proprio all’interno della sua stessa linea di svolgimento, quasi che, paradossalmente, l’esperimento costituisse già in sé il dato preminente, la realtà prima da esaminare nelle sue molteplici manifestazioni. L’obiettivo di Rossi non stava difatti nel ricavare dall’esperimento un risultato – fosse esso una precisa organizzazione sociale piuttosto che altro -, ma stava nello sperimentare stesso: il suo fine era quello di studiare e comprovare le capacità umane, capirne le potenzialità relazionali e le possibilità sociali. In questo senso il lavoro di Rossi era da considerarsi uno studio antropologico sulla natura stessa dell’uomo, un’investigazione approfondita che, seppure peccò per l’ingenua quanto irrilevante presunzione di scientificità, mirava ad una seria conoscenza degli istinti umani che non era certo fine a se stessa, ma che si impegnava in quel nobile tentativo che consiste nello sforzo per la costruzione di una società migliore.

[...]noi non siamo venuti a fabbricare il puerile specimen. [...] non siamo venuti a sperimentare l’anarchia, né a tentare la miniatura della nuova società. [...] Nessuno di questi propositi fu ed è il nostro. [...] il nostro proposito non è stato l’esperimentazione utopistica di un ideale, ma lo studio sperimentale – e per quanto ci fosse possibile rigorosamente scientifico – delle attitudini umane in relazione a quei problemi3.

E i problemi cui alludeva Rossi erano evidentemente quelli relativi all’ambito politico, qui inteso nella sua accezione più letterale di luogo nel quale si esplicano i rapporti sociali di convivenza. In particolare, tali problemi erano quelli che fanno riferimento allo stato: “opprimente, assorbente, invadente; ai suoi ordinamenti gerarchici, ai suoi mostruosi ordigni giuridici, alla compagine delle sue iniquità punitive”4. Di qui allora la necessità e la convenienza di sottrarsi, seppure per breve tempo, a tale stato di cose, per “cercare sperimentalmente come gli uomini vivrebbero, sulla semplice scorta di liberi patti”5. Nell’aprile del 1893, dunque, Rossi riteneva compiuto l’esperimento: il suo studio socio-antropologico era stato realizzato, e, a parer suo, con buon successo. Anche in seguito allo scioglimento della comunità libertaria, Rossi rifiutò sempre l’opinione ampiamente diffusa secondo la quale l’esperimento era stato fallimentare. Ancora nel 1917 difatti, a distanza di oltre vent’anni, egli ribadiva che “per me, che partecipai alla colonia, essa non fu un fiasco”6. Secondo Rossi, innanzitutto, la questione doveva essere affrontata tenendo ben presenti due aspetti fondamentali che corrispondevano poi ai veri propositi dell’esperimento: quello scientifico, che maggiormente lo interessava, e, in misura minore, quello propagandistico. Per quanto concerne il primo aspetto si è già chiarito come Rossi ritenesse l’esperimento più che soddisfacente ai fini di una verifica empirica circa le potenzialità umane di socializzazione: “per me la Cecilia non fu un fallimento. Fu un esperimento, credo, nuovo nella storia, che durò a sufficienza perché l’idea organica dell’anarchia potesse essere messa alla prova”7. Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, egli riteneva che la colonia, soprattutto grazie ai numerosi contatti impegnati con la stampa italiana ed estera, avesse svolto un ruolo non secondario nella diffusione degli ideali socialisti8 e che dunque, nemmeno sotto quest’ottica, si sarebbe potuta considerare un fallimento.

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